La strage di Capaci

Il 23 maggio 1992 Giovanni Falcone, sua moglie Francesca Morvillo e gli agenti della scorta Antonio Montinaro, Rocco Dicillo e Vito Schifani furono uccisi in un attentato mafioso sull’autostrada A29, nei pressi dello svincolo di Capaci. Il magistrato stava rientrando a Palermo da Roma e si stava dirigendo verso l’aeroporto di Punta Raisa quando il corteo di auto blindate venne investito da una violentissima esplosione.

La strage di Capaci segnò uno spartiacque nella storia italiana: per la prima volta la mafia colpiva con una modalità così distruttiva, dimostrando la propria ferocia ma anche la volontà di lanciare un messaggio di terrore allo Stato e all’opinione pubblica. L’attentato scosse profondamente il Paese, suscitando un’ondata di indignazione e dolore collettivo.

Cosa Nostra preparò l’attentato con una pianificazione estremamente accurata, tipica di un’operazione militare. I mafiosi individuarono un tratto preciso dell’autostrada A29 e scavarono un cunicolo sotto il manto stradale, all’interno del quale furono collocati circa 500 chilogrammi di tritolo. La quantità di esplosivo utilizzata dimostra la determinazione dell’organizzazione a essere certa dell’esito mortale dell’azione.

La carica esplosiva venne collegata a un sistema di innesco a distanza. Al passaggio del corteo di auto blindate, l’esplosivo fu fatto brillare tramite un telecomando. L’esplosione fu devastante: un tratto dell’autostrada venne letteralmente sollevato e distrutto, creando un cratere profondo diversi metri.

Le auto su cui viaggiavano Falcone, la moglie e gli agenti della scorta furono travolte dalla deflagrazione. Giovanni Falcone e Francesca Morvillo morirono poche ore dopo in ospedale a causa delle gravissime ferite riportate. Gli agenti Antonio Montinaro, Rocco Dicillo e Vito Schifani morirono sul colpo. Altri membri della scorta rimasero gravemente feriti, segnati per sempre nel corpo e nella memoria.

Le successive indagini e i processi permisero di ricostruire le responsabilità dell’attentato. La strage di Capaci fu una decisione presa ai massimi livelli di Cosa Nostra, dalla Cupola, l’organo direttivo dell’organizzazione mafiosa. L’ordine di uccidere Giovanni Falcone fu il risultato di una scelta collegiale dei vertici mafiosi, tra cui Totò Riina e Bernardo Provenzano, che vedevano nel magistrato il principale nemico dell’organizzazione.

Dal punto di vista operativo, un ruolo centrale fu svolto da Giovanni Brusca, che materialmente azionò il telecomando che fece esplodere il tritolo. Brusca agì insieme ad altri membri delle famiglie mafiose di Altofonte e San Giuseppe Jato, territori fortemente controllati da Cosa Nostra e strategici per la realizzazione dell’attentato.